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Sui 190 anni della Filarmonica Romana
una mostra per i 150 dell’Unità d’Italia

Come pubblichiamo nelle pagine di Palcoscenico sotto il titolo “La Notte Tricolore di Roma”, mercoledì 16 marzo alle ore 20, si inaugura, nel foyer superiore del Teatro Olimpico la mostra “Noi c’eravamo: la Filarmonica Romana e la nascita della nazione: 1821-1870”, a cura di Maria Adele Ziino e Vanna Carmignani, realizzata con i materiali dell’Archivio dell’Accademia Filarmonica Romana: manifesti, proclami, locandine, editti, la presenza dei primi illustri accademici - Rossini, Donizetti, Paganini, Liszt...
“Noi c’eravamo “racconta una vicenda, come quella della Filarmonica, profondamente radicata nella inscindibile storia artistica e civile italiana: “Una storia che dura da 190 anni - ricorda il suo direttore artistico Sandro Cappelletto - coprendo negli anni del Risorgimento un vuoto che le è stato sempre riconosciuto. L’Accademia è sempre stata radicata nella storia di Roma e nel suo tessuto culturale, come la più antica associazione concertistica romana e tra le più antiche d’Italia. Ed ha svolto un ruolo imprescindibile nella trasformazione del mondo musicale romano per la vastità degli interessi, la coerenza di una programmazione spregiudicata, la qualità dei risultati. Una storia, in questo anno celebrativo della nostra unità nazionale e della città di Roma, che vale la pena ripercorrere attraverso i preziosi documenti che sono esposti per la prima volta”.
>BR> Ecco, per renderci conto di questa storia, quanto scriveva nel suo diario il principe Agostino Chigi: “Questa sera nel palazzo Odescalchi si è aperta un’Accademia di musica formata da molti dilettanti associati, i quali si propongono di darne regolarmente per l’avvenire”. Erano le “due e mezza dopo la notte” di martedì 4 dicembre 1821: nasceva l’Accademia Filarmonica Romana.
Tre le parole chiave: musica – dilettanti – avvenire. Ambiziose e semplici: “fare musica per il piacere di chi suona e di chi ascolta, tenendo lo sguardo rivolto al futuro”. Un solo avverbio: “regolarmente”. I soci fondatori avevano idee chiare: “Può eseguirsi qualunque specie di musica, vocale, o strumentale”. Opera, certo, nel Paese del melodramma, ma anche sinfonie, concerti, quartetti: “In una città che non raggiunge i 150.000 abitanti, i Filarmonici pensano in grande e riescono a coinvolgere nel loro progetto, che non ha scopi di lucro, i migliori compositori ed esecutori italiani ed europei”
Da allora, la storia della Filarmonica si è intrecciata con quella di Roma e della Nazione italiana: i primi moti risorgimentali, l’esperienza breve della Repubblica Romana, la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, la presa di Porta Pia, Roma capitale del nuovo Stato unitario. La Filarmonica è lì: “Prime esecuzioni, grandi entusiasmi musicali e civili, repentine chiusure, per ordine del Ministero dell’Interno dello Stato della Chiesa. I ‘Sori Accademici birboni’ - come li chiama in un sonetto Giuseppe Gioacchino Belli – sono in odore di Savoia, qualcuno perfino di Mazzini, Garibaldi e di Repubblica. Gli aristocratici e i primi soci borghesi, la costante attenzione alle novità, le rare e benvenute presenze femminili, in una società che non vedeva di buon occhio le musiciste esibirsi in pubblico. La formazione del Coro, che ha introdotto alla bellezza del ‘cantare assieme’ decine di migliaia di concittadini. 1821-1861- e noi c’eravamo”.