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In "Specchio Ustorio" di Riccardo Pazzaglia, la riscoperta
di un umorista, poeta, autore di teatro, narratore di storia


(Luana Nisi) - “Specchio ustorio” – Fatti, persone e cose realmente esistite centrate dal raggio infallibile della satira – di Riccardo Pazzaglia, è una selezione, pubblicata postuma – preparata dallo stesso autore, scomparso il 3 ottobre del 2006, e già pronta per la stampa – dei “corsivi domenicali” pubblicati per venticinque anni settimanalmente su “Il Mattino” di Napoli. Una ricognizione, dal 1987 al 1999, sul come eravamo - e come ancora siamo - attraverso le osservazioni satiriche su personaggi politici, dello spettacolo e della cronaca sia italiani che internazionali.
Riccardo Pazzaglia, napoletano verace e coltissimo dalla grande onestà intellettuale e professionale perseguita per tutta la vita, umorista nell’accezione più alta del termine, poeta (tanti i suoi testi delle canzoni musicate da Domenico Modugno), autore per il teatro (“Cirano”, commedia musicale con musiche di Domenico Modugno, “La Gnoccolara”, commedia di Pietro Trinchera, autore napoletano del Settecento, riscoperta, restaurata e ricucita su Pupella Maggio, trasposizioni teatrali dei suoi libri di successo e testi per il teatro ragazzi), narratore di storia di puntigliosa precisione. Un linguaggio paradossale il suo, dalla provocazione surreale, maturato da decenni di esperienze radiofoniche e televisive di enorme successo, come conduttore, autore e regista, e anche come commediografo, regista e sceneggiatore cinematografico, e scrittore inesauribile di romanzi e di racconti umoristici.
La stima e l’affetto dei lettori che per anni hanno letto tutte le domeniche la sua rubrica “Specchio Ustorio” si palesò con i moltissimi messaggi giunti alla redazione de “Il Mattino” alla notizia della sua scomparsa. Fra i tanti: “Ora che non ci sei più, caro Riccardo, sono i tuoi lettori a dirti che è stato un piacere averti letto, essersi nutriti del garbo, dell’ironia, della cultura che trasparivano dai tuoi scritti. Ci hai insegnato a sorridere di tutto. Eri un uomo schivo, nemico delle ufficialità e delle celebrazioni”. “Era l’amico di famiglia erudito che si invita a pranzo la domenica per il piacere di ascoltarlo”.
“Quelli della notte”, una delle più brillanti trasmissioni nella storia della RaiTv – scrive Antonio Ghirelli nella prefazione a “Specchio Ustorio” – e la rubrica venticinquennale sulle colonne del “Mattino”, sono stati i due momenti “che mi hanno avvicinato per così dire personalmente, direttamente, a Riccardo Pazzaglia. Ma rappresentano soltanto due episodi – sebbene splendidi – della sterminata vicenda di un campione di cultura, di giornalismo e di spettacolo, di un maestro di umorismo, che ha condensato nella sua avventura un’ineguagliabile testimonianza della civiltà napoletana … Ci sono pagine urticanti, in questo dilettevole libro, su grandi personaggi del passato come Bonaparte o del presente come Brandt, Saddam e Bill Clinton, così come su certe macchiette del piccolo schermo come l’esperto tv e perfino sullo stesso celeberrimo fisico greco Archimede, a cui deve la definizione del suo ‘Specchio Ustorio’. Al fondo di questa rubrica, come di tutta l’attività professionale di Pazzaglia c’è, naturalmente, un rigore critico che si applica anche alla nostra città, alle sue debolezze, ai suoi fallimenti ma che, proprio perché è profondamente sofferto, non diventa mai né un’esaltazione pittoresca, pizza e mandolini, della napoletanità né – tanto meno – una condivisione del disprezzo razzista di fuori mano...”.
Una satira di costume, questo suo “Specchio Ustorio”, dalla lettura leggera e ironica, ma poi leggendo le date di pubblicazione dei singoli corsivi ci si accorge di quanto siano preveggenti le grandi menti e di quanto nei grandi e piccoli fatti la storia si ripeta.
“Specchio Ustorio” di Riccardo Pazzaglia (Grimaldi & C. editori – pagine 229, 24 euro).


A dieci anni dalla nascita si rinnova Minimum Fax Cinema
La riproposta dei primi due titoli – di Truffaut e Scorsese


Partita nel 2000, la collana” minimum fax cinema” è diventata ormai un punto di riferimento per gli appassionati e gli studiosi della Settima Arte. A dieci anni dalla nascita, ecco la riproposta, in una più moderna ed elegante veste grafica, dei suoi titoli di maggior successo, accanto a nuove scoperte. I primi due titoli in uscita nella Nuova Serie sono: “Il piacere degli occhi” di François Truffaut e “”Il bello del mio mestiere” di Martin Scorsese.
“Il piacere degli occhi” è il libro in cui François Truffaut aveva deciso di presentare una selezione di quanto aveva scritto sul cinema in più di trent’anni, prima come critico e polemista per riviste celebri come Arts e Les Cahiers du cinéma, fino ai saggi degli anni Settanta e Ottanta. Ormai cineasta affermato, Truffaut traccia una galleria di ritratti vividi e penetranti di registi (Rossellini, Hitchcock, Orson Welles, Woody Allen), scrittori (André Gide, François Mauriac) e attori (Fanny Ardant, Julie Christie, Charles Aznavour, Gene Kelly): una testimonianza importante di chi ha vissuto dall’interno un periodo tra i più fecondi del cinema francese e mondiale. (302 pagine, euro 13.50).
"Il bello del mio mestiere” raccoglie, tradotti per la prima volta fuori dalla Francia, gli articoli scritti da Martin Scorsese per una delle più autorevoli riviste di cinema del mondo, nonché interviste e conversazioni finora inedite in Italia. Il regista americano racconta in prima persona i suoi capolavori, dal rapporto con gli attori (Robert De Niro su tutti) alla sceneggiatura, dalla colonna sonora agli aspetti tecnici del montaggio, e commenta con la passione del cinefilo e l'esperienza del grande maestro i film che ha amato e l'hanno ispirato, e lo stile dei grandi autori di cui ha subito il fascino fin da ragazzo. Aneddoti dal set, ritratti di amici, riflessioni teoriche, ricordi familiari e dichiarazioni di poetica (243 pagine, euro 13.50).


"Baarìa" di Tornatore-Calabrese, miglior libro di cinema 2009
Il Premio è dell'Efebo d'Oro e dei giornalisti cinemografici


A Giuseppe Tornatore con Pietro Calabrese è andato quest’anno il premio Efebo d’Oro per il miglior libro di cinema 2009: “Baarìa” pubblicato dalla Rizzoli. Lo ha deliberato la giuria del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani che da 27 anni organizza l’iniziativa con il Centro di Ricerca per la Narrativa e Cinema di Agrigento. “ Come un libro a due voci - recita la motivazione - diventa, insieme,il romanzo di una vita e il racconto, emozionante di un luogo raccontato come in un grande affresco. Cinema, cultura e ricordi personali in un libro-intervista avvincente come un film”.
Premiato anche come miglior libro-saggio 2009 “L’invenzione della nostalgia; il vintage nel cinema italiano e dintorni” di Emiliano Morreale pubblicato dalla Donzelli.
La menzione speciale del Centro agrigentino è andata invece al libro “Letteratura e cinema” di Alessandro Cinquegrani (per i tipi dell’editrice La Scuola) mentre a Stefano Masi la giuria del Sindacato presieduta da Laura Delli Colli ha riconosciuto una menzione per il “Dizionario mondiale dei direttori della fotografia” (pubblicato da Le Mani).


“Sincronìe fatali”, romanzo di Marco Tesei
giornalista, autore di teatro e di rubriche radiotelevisive


Alla Libreria Ready Cavour è stato presentato “Sincronìe fatali” (ed. Betelgeuse – pp. 208, euro 14.90), nuovo romanzo di Marco Tesei. Insieme all’autore, hanno dialogato Giovanni Antonucci, Paolo Bonacelli, Giuliana Lojodice e Fabio Pierangeli.
“Sincronie fatali” è un romanzo dove i delitti si incrociano come un ambiguo gioco di specchi. Quattro persone che apparentemente non si conoscono tra loro, vengono uccise, in Paesi diversi, alla stessa ora con un’aranciata avvelenata. Il caso viene affidato al capitano italo-spagnolo Ramirez in forza alla polizia investigativa di Vicenza. Ramirez, sullo sfondo dei paesi coinvolti – Francia, Spagna, Portogallo e Italia – ci conduce attraverso un percorso fatto di episodi indecifrabili, di luoghi della sua infanzia dove ritorna in cerca di tranquillità.
Intanto la vicenda si complica con altri delitti e persino con l’intrusione nella villa della famiglia di Ramirez: qualcuno lo sta cercando, qualcuno sa che lui, per il suo talento di investigatore, può arrivare a capire… Che cosa si nasconde dietro a tutto questo? Riuscirà Ramirez ad arrivare fino in fondo? La vita di tutti viene messa veramente in gioco: ogni personaggio è espressione non secondaria dell’esistenza dove il bene e il male, la vita e la morte, i sogni e le delusioni, rappresentano l’inconscio realistico di un thriller che potrebbe essere parte della nostra quotidianità.
Marco Tesei, giornalista Rai, è curatore e conduttore di “Radiogames” e “Fuori Scaffale”, e della rubrica “Il personaggio” con interviste ai “grandi vecchi” della nostra epoca: da Mario Monicelli a Suso Cecchi D’Amico ad Anna Proclemer, incontri-confessione realizzati nelle loro abitazioni, in onda per oltre 100 puntate negli ultimi quattro anni. E’ anche autore, premiato, di teatro, e tiene conferenze sul linguaggio radiotelevisivo presso l’Università Tor Vergata di Roma e l’Università di Padova.


Segnalazioni da “Cinemagazine” - a cura di Romano Milani
del Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani / 2


”David Wark Griffith” di Paolo Cerchi Usai / “Mauro Bolognini” di Pier Maria Bocchi e Alberto Pezzotta (il Castoro Cinema) / Un regista rivoluzionario e un regista rimosso. Non è per essere sbrigativi o inclini alle etichette. Sono dati di fatto che emergono dai due saggi loro dedicati.
Drammaturgo e attore mancato il primo, rivelò dietro la macchina da presa il suo talento inventando o reinventando, a partire da “Nascita di una nazione”, la sintassi cinematografica. Tutti glie ne rendono merito “ma con una deferenza priva di autentica convinzione” - lamenta l’autore prevedendo l’attesa di un secolo prima che si smetta di celebrarlo nel limbo rispettoso in cui si è arenato. Con questo studio, forse, si è strappata la prima pagina dal calendario.
Mauro Bolognini, al contrario, è stato rimosso e non certo perché i suoi lavori ruotano sempre attorno a vicende scabrose, anche se lui è riuscito a raccontare “in un modo nuovo - osservò Pietro Bianchi che è stato uno dei suoi estimatori della prima ora - con tatto, acutezza, precisione espressiva”. Tanto che i suoi lavori riportarono quasi sempre solo leggere ferite dalle forbici dei burocrati. E’ vittima di una manovra più subdola, una “censura ufficiosa” - la definiscono Bocchi e Pezzotta - che lo ha fatto quasi scomparire: dal 1963, si ricorda nel volume a lui dedicato, i suoi film sono stati visti assai raramente e mai in una forma accettabile.

”Hayao Miyazaki – Il dio delle anime” di Alessandro Bencivenni (ed. Le Mani) /“Viaggio nell’animazione” a cura di Matilde Tortora (Interventi e testimonianze sul mondo animato da Emilk Raynaud a Second Life. Ed Tunué) / Se uno dei volumi si concentra sull’indiscusso maestro giapponese dell’animazione (Premio Oscar e Leone d’oro alla carriera ed ora sui nostri schermi con “Ponyo”) di oggi, l’altro ci sospinge nel passato, ai primordi, ai disegni mostrati in rapida successione che nel 1892 precedettero la rivoluzione delle immagini in movimento. Bencivenni (che aggiorna una precedente edizione con un capitolo su “Il castello errante di Howl”) mette l’accento su quelle che, a suo avviso, sono le contraddizioni che caratterizzano Miyazaki legato per nascita al Giappone traumatizzato dalla guerra, per ideologia a un marxismo egualitario e pacifista, per cultura alla letteratura anglosassone, per tradizione al folklore popolare.
Matilde Tortora, dal canto suo, raccogliendo saggi e interviste ci accompagna nel lungo viaggio iniziato, appunto, nell’800 e che arriva fino ad oggi all’uso di programmi di intelligenza artificiale per far muovere personaggi autonomi in ambienti virtuali, attraverso i pupazzi di plastilina, le silhouettes, la computer grafica, il cinema di “Second Life”.

“Nero al Nero” di Gregorio Napoli (Identificazione di Louis Nero, cineasta indipendente, a cura di Anna D’Agostino. Barbieri Selvaggi Editori) / L’autore, eclettico critico cinematografico siciliano, non esita a rivendicare il merito del titolo e, tiene a precisare, dell’idea: la vivisezione di un cineasta indipendente. E tanto per tornare alle origini della parafrasi (pane al pane e vino al vino) e quindi al motivo di tanta apparente albagìa, spiega con efficacissima sintesi le ragioni per le quali ha riservato così grande attenzione al regista torinese poco più che trentenne e noto, certamente, solo ai cinofili più accaniti: “Con i suoi quattro lungometraggi – scrive l’autore del volumetto – ha aggirato l’arrendevole fragilità onde altri registi italiani, a lui assimilabili per anagrafe, si abbandonano al management subendone i ricatti. E’ questa la scelta estetica e morale di Louis Nero”.

”Il bianco, il nero, il colore” di Armando Pajalich (Cinema dell’Impero Britannico e delle sue ex colonie 1929-1972. ed Le Lettere) / Alla fine del secondo decennio del Novecento, la corona d’Inghilterra contava nel suo Impero tra i 400 e i 500 milioni di sudditi (praticamente un quarto della popolazione mondiale) insediati su circa 36 milioni di chilometri quadrati (il 40% delle terre abitabili). Nemmeno i Mongoli guidati da Gengis Kahn avevano saputo fare di meglio.
“Colonialismi e Imperi comportano sempre confronti non solo militari ed economici ma anche culturali”. Partendo da questo presupposto basilare, che porta come corollario l’imposizione di una cultura egemone a scapito di quelle autoctone svilite e quindi annientate, l’autore rileva come la maggior espansione degli imperi europei coincise con la nascita del cinema che, in quanto arte di massa, poteva (e può) ben adattarsi a scopi colonialisti. Un intento che riuscì solo in parte a Buckingham Palace in quanto i maggiori dominions (India in testa ma anche Australia e Canada) ebbero presto proprie cinematografie di prestigio tutt’altro che inclini a sostenere l’eurocentrismo.

”Lucina” di Luigi Magni (L’indecente soprano nella Roma del Papa Re – Le Maschere . Marsilio) / Il regista, sovente, prima di passare dietro alla macchina da presa, scrive. Non sempre, però, le parole si trasformano in immagini o, addirittura, non sono pensate per quella destinazione. Come queste pagine da cui emerge la spavalda figura della ragazzina del titolo.
All’epoca del Papa Re alle donne era proibito cantare e così si ricorreva a giovanetti di bella voce che, privati dei loro attributi maschile, venivano trasformati in soprani. Ma Lucina, soprano lo era davvero e con una tonalità fa far invidia alla Malibran e così, pur di poter cantare, non esita a trasgredire due volte: la prima fingendosi un castrato, la seconda esibendosi in quanto donna. Per riacquistare la propria identità rinunciando al falso nome di Leonardo, dovrà aspettare l’avvento della Repubblica Romana.


Segnalazioni da «Cinemagazine » - a cura di Romano Milani
del Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici italiani / 1


"La vie passera comme un rêve” (editore Robert Laffont) / Stavolta, a svelare retroscena, non sono giornalisti maligni e pettegoli ma, in prima persona, chi dei fatti che narra è stato protagonista o testimone: Gilles Jacob da oltre 30 anni – più della metà della vita della manifestazione – ai vertici della rassegna cinematografica più prestigiosa e più rischiosa: il Festival di Cannes. “La vie passera comme un rêve” (La vita passerà come un sogno) è il titolo originale del libro da poche settimane nelle librerie francesi e nel quale il recordman di durata in un incarico, ripercorre la sua vita cinematografica “indissolubilmente legata a quella biologica” come ama dichiarare lui stesso.
Acrobazie diplomatiche, bizze, debolezze e piccole manie di divi e dive, gaffes, ritratti, perfidie, grandezze, salti mortali per accontentare qualcuno senza scontentare altri, obblighi di etichetta, rapporti (rari e scarsi) con il mondo politico, insuccessi, trionfi, delusioni, omaggi, defezioni, suppliche, rifiuti, estenuanti negoziati, le grandi manovre per l’assegnazione della Palma d’Oro. 396 pagine in cui sono raccolti sì “i ricordi inattesi dell’uomo più riservato del pianeta cinema” come sottolinea l’editore, ma non è un libro di memorie.

”Letteratura e cinema” di Alessandro Cinquegrani ( editrice La Scuola) / “Se si potessero attribuire a due forme d’arte caratteri propri della psiche umana, si dovrebbe parlare per il rapporto tra letteratura e cinema di una ambivalenza affettiva”. Ciò premesso, il manuale ( come lo definisce lo stesso autore) affronta le dinamiche di scambio che determinano sostanziali mutazioni stilistiche nelle due forme d’arte e contribuiscono ad una loro progressiva definizione.

”Storia del documentario italiano” di Marco Bertozzi (Immagini e culture dell’altro cinema - Biblioteca Marsilio) / Il documentario è spesso considerato, dagli stessi autori, una fase transitoria, un ponte da attraversare per approdare al cinema “vero”. Ed anche se è vero che nessuno, o quasi, dei registi, anche celebrati, che hanno esordito con “l’altro cinema”, ha mancato l’appuntamento con il lungometraggio, è pur vero che molti, lontani dai luccichii divistico-autoriali, hanno fatto propria la sentenza di Francesco Pasinetti: “Chi possiede il senso del documentario possiede il senso del cinema”.
In questa storia del documentario vengono tracciate alcune linee fondamentali che permettono di addentrarsi nell’inesplorato universo di questo genere, recuperando anche le pratiche “basse”: il cinema di famiglia, i film delle associazioni e dei partiti, le produzioni rimosse, negate dai grandi fabbricanti di immaginari”.

”Il cinema di Johnnie To” di Matteo Di Giulio e Fabio Zanello (Non è tempo di eroi – edizioni Il Foglio) / Quando, dieci anni fa, apparve sugli schermi italiani “The Mission”, il suo autore era un illustre sconosciuto, non soltanto da noi, nonostante la ex colonia britannica fosse tra i maggiori produttori di cinema di tutto il mondo.
“To ha colpito l’immaginario popolare, principalmente grazie ai suoi polizieschi, neri come la pece, dove la sua città risalta in controluce come Marsiglia ai bei tempi del polar o Chicago a quelli dei grandi gangster degli anni 30”, ma che ha saputo trovare anche nella commedia e nel cinema commerciale – avverte Di Giulio – una dimensione altrettanto importante muovendosi con la grinta della pantera e l’astuzia della volpe.

Il cinema e il caso Moro” di Francesco Ventura (Prefazione di Maria Fida Moro, ed. Le Mani) / Il 16 di marzo, di 31 anni fa, Aldo Moro veniva sequestrato dalle Brigate Rosse. 55 giorni dopo, il suo corpo senza vita giaceva in una Renault parcheggiata in Via Caetani. Sullo schermo, la tragica vicenda è arrivata per tre volte mentre già centinaia sono i libri: “…ai quali questo – avverte l’autore – non intende aggiungere qualcosa di nuovo. La sua funzione è analizzare quanto il cinema ha espresso negli anni sul caso Moro al fine di poter costituire anche una sorta di vademecum sull’argomento”.

Automobili e film, nella storia del cinema americano” di Andrea Denini (ed. Le Mani) / Mentre nel mondo risuona il grido d’allarme per la crisi che ha particolarmente colpito l’industria automobilista, potrebbe sembrare anacronistico o – perché no? – esorcistico, mettere in circolazione un saggio che ha per protagonista proprio l’automobile. Il fatto è che l’automobile è quasi un oggetto di culto nel cinema statunitense e d’altronde negli anni Sessanta i mastodonti della Buick o della Chevrolet erano un sogno anche di noi italiani. “Sedersi accanto al guidatore/autore – promette lui stesso – riserverà piacevoli sorprese anche a chi non è un amante delle quattro ruote”.

”Miklós Jancsó – Il cinema tra storia e vita » di Giacomo Gambetti (Saggio Marsilio) / L’autore di “L’armata a cavallo” ha 87 anni, ha esordito nel 1958 e il suo film più recente è del 2006. “Ha attraversato decenni difficili, raggiungendo – come si legge nella prefazione firmata da Carlo Lizzani – le sue punte più ardimentose nella stagione dello stalinismo e in quella successiva del tanto sofferto e limitato disgelo”. Il suo impegno nel cinema, sul cui linguaggio ha inciso con un significativo utilizzo del piano sequenza, non lo ha, però, inimicato con le nuove tecnologie e non ha distratto la sua attenzione dall’avanzata televisiva di cui ha saputo cogliere l’importanza comunicativa e le tipiche modalità espressive.


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