Il “gioco al massacro” per diventare manager in una multinazionale

Alla Sala Umberto, fino al 18 ottobre è in scena “Il metodo” di Jordi Galceran (versione italiana di Pino Tierno), di cui Lorenzo Lavia, per la prima volta, firma soltanto la regìa: attore diretto dal padre Gabriele in almeno otto spettacoli, di “Il vero amico” di Carlo Goldoni, era regista e interprete.

In una sala riunioni – in realtà, in un luogo non luogo dove l’unico contatto con l’esterno “viene dall’alto” – si trovano, per l’ultimo colloquio “congiunto”, quattro candidati ad un incarico di manager di una importante multinazionale. I quattro personaggi – tre uomini e una donna – si rivelano subito persone ciniche, pronte a battersi senza esclusione di colpi pur di ottenere l’unica cosa che per loro davvero conta: il solo posto disponibile.
Qui si dipana lo spettacolo: un gioco al massacro, un thriller. Perché tra manifestazioni (vere? false? genuine? maschere?) di abilità dialettica, ironia, ambizione, arroganza, fragilità, pietà, egoismo, debolezza), ognuno di loro deve scoprire “chi è l’altro”. E perché tra i quattro c’è una spia dell’azienda che deve “studiare” i concorrenti per poi riferire ai superiori…

In realtà, il testo del giovane autore catalano (già noto in Italia con il titolo “Il metodo Grönholm”, messo in scena con diversa regìa e diversi attori) porta a chiedersi: quanto può essere crudele un ambiente lavorativo? fino a che punto possiamo permettere alle aziende di applicare gerarchie ingiuste e sottoporci a prove umilianti, pur di ottenere una posizione socialmente rispettata?
La drammaturgia è scorrevole e permette un coinvolgimento del pubblico che si trova continuamente a domandarsi: quale è la reale personalità dei candidati? dove è̀ la verità e dove la menzogna? Lo spettacolo riproduce situazioni che possono essere vissute ripetutamente nella quotidianità. Così, il “metodo” del titolo è un archetipo della società – si legge nelle note di regìa -, “una società che cerca sempre di sapere chi siamo, per poterci meglio controllare, una società pronta ad elevarci, per poi rigettarci verso il fondo. Uomini costretti ad umiliarsi per poter far parte della comunità globale in cui tutti viviamo”.
Nella commedia, annota ancora Lorenzo Lavia, viene usato il lavoro come fondamento della nostra società – con tutti i suoi difetti di sessismo, razzismo, odio, menzogna, dove “ci si deve velare per potersi svelare”, e una ipotetica multinazionale che “qui diventa un simbolo religioso ed unico, che poi è in fondo il nostro fondamento culturale, quello giudaico cristiano che ci mette al di sotto di ciò che non vediamo”.
Garcelan la chiama “Dekia”, questa fantomatica multinazionale, ed è chiaro che il gioco di parole con l’Ikea non è casuale, perché viene presa come la multinazionale assoluta, “simbolo unico della nostra collettività”. Ogni casa ha il suo crocifisso o l’immagine di Maometto o una stella di David o anche nessun simbolo religioso, ma è certo che tutte queste case in qualunque parte del mondo, anche se sono in guerra tra loro, hanno almeno un oggetto dell’Ikea – o Dekia, in questo caso per noi”.
Gli interpreti: Giorgio Casotti, Fiorella Rubino, Gigio Alberti, con Antonello Fassari. Scene di Gianluca Amodio, costumi di Alessandro Lai.
Il prossimo spettacolo: Elena Sofia Ricci in “I Blues” di Tennessee Williams, regìa di Armando Pugliese.

Sala Umberto – Via della Mercede 50 – Tel. 06/ 6794753.